Il nostro convento

La chiesa di Santa Maria Assunta e il Convento di San Francesco si devono alla presenza dei Frati Cappuccini a Massa, dove l’Ordine religioso fu inviato nel 1604 dal Vicario Generale della Provincia Toscana, su richiesta del principe Alberico I Cybo Malaspina.
Come ricordano le iscrizioni all’interno della chiesa, il 5 aprile 1604 fu posta la prima pietra per l’erezione della chiesa stessa e dell’annesso convento. Due anni dopo, il vescovo di Luni-Sarzana, Giovan Battista Salvago — lo stesso che aveva benedetto la pietra di fondazione — consacrò la chiesa all’Assunzione della Beatissima Vergine.

La costruzione del complesso fu voluta dal principe e assecondata con fervore dalla popolazione, che vi contribuì con offerte in denaro e manodopera. La famiglia Malaspina, sin dal primo stanziamento nella Valle del Frigido, aveva manifestato la propria devozione a San Francesco, favorendo l’arrivo a Massa di monache e frati, accolti nei conventi e nelle chiese realizzati nei secoli successivi.

In quegli anni, ciò che oggi è il centro storico di Massa, la “Città di Alberico”, era un grande cantiere a cielo aperto in cui venivano portate avanti contemporaneamente grandi opere, con ingente dispiego di manodopera, capitali ed energie. La costruzione del Convento fu un lavoro collettivo a cui tutta la popolazione partecipò, volente o nolente.

Era infatti obbligo di legge per tutti i massesi, senza distinzione di ceto sociale, contribuire portando sassi e sabbia di fiume oppure offrendo giornate di lavoro, nel caso di artigiani come muratori, falegnami e fabbri. Nessuno era esentato: almeno una volta alla settimana un componente per famiglia doveva risalire lo stradello dei Cappuccini per consegnare il proprio obolo in materiali da costruzione. Si poteva essere esentati dall’obbligo solo in caso di febbre certificata.

È facile comprendere come i tempi di edificazione si ridussero notevolmente grazie a questa manodopera forzata e alla fornitura obbligatoria di materiali, creando in poco tempo — e lasciandoci in eredità — uno dei complessi religiosi più suggestivi del nostro territorio.

Nel Seicento e fino ai primi anni del Dopoguerra, il Convento dei Cappuccini si trovava lungo la via che, risalendo la collina, portava dal centro di Massa fino a San Carlo e da qui verso i paesi di Pariana e Altagnana. La mulattiera costeggiava il Giardino di proprietà del convento, ad uso esclusivo dei religiosi per le attività meditative quotidiane e per la coltivazione.
Il Giardino è oggi un vero e proprio orto botanico, arricchito da particolari essenze e da un’incredibile varietà di specie.

Limitrofi al Convento si trovano i resti di quello che doveva essere l’hortus conclusus, in cui i frati coltivavano ortaggi e alberi da frutto, piante aromatiche e medicamentose; una piccola parte dell’orto era destinata all’allevamento degli animali da cortile, per la sussistenza.

Un graffito nel Palazzo Mussi Ayola, a destra del Duomo, mostra le fattezze della chiesa dei Cappuccini agli inizi del 1600. Allora come oggi, essa era caratterizzata da un grande loggiato esterno con sedili in marmo, da cui si accedeva all’interno a navata unica, con due altari laterali e un altare maggiore ligneo sullo sfondo, unico nel suo genere nel nostro territorio.

A sinistra dell’ingresso, attraverso un piccolo fabbricato, si accede al Convento, che si sviluppa su tre piani attorno a un piccolo chiostro centrale arricchito da reperti marmorei. Nei piani superiori, oltre agli ambienti di vita, si trova anche una cappella riservata.

Alla destra della chiesa vi è un altro edificio, sede del Cenacolo Missionario Francescano; sul retro si apre un cortile dal quale si accede all’orto del convento e alla caratteristica collina che da oltre quattro secoli caratterizza il paesaggio: un incredibile “fossile verde” di grande valore per la città.

I Cappuccini “tennero la chiesa e il convento, con lode e tenerezza dei popoli, fino all’anno 1806” (Matteoni). Furono infatti costretti a lasciare la loro sede durante la dominazione napoleonica.
Quando il Ducato di Massa tornò a Maria Beatrice d’Este, erede dei Cybo Malaspina, la sovrana si impegnò per risollevare le sorti religiose della città e favorire il ritorno dei Cappuccini; si rivolse al Padre Provinciale della Toscana, ma per mancanza di religiosi non fu subito accontentata.

Intervenne allora il figlio, Francesco IV, duca di Modena, che nel 1820 interpellò con maggior fortuna il Custode Provinciale di Lucca. L’Ordine tornò a Massa l’anno successivo, per essere nuovamente allontanato nel 1866 a seguito della legge di soppressione degli ordini religiosi voluta da Cavour.
Rimasero solo pochi frati per la custodia della chiesa e, dal 1878, il convento fu adibito a ricovero per indigenti. Come scrive il cronista Matteoni: “Oggi è asilo degli invalidi e la chiesa serve al medesimo stabilimento, dove fanno da cappellani quei pochi che vi rimasero in un piccolo locale segregato”.

Pochi anni dopo, la situazione dovette cambiare se lo storico Raffaelli ricordava, nel 1881, che i Cappuccini “rimangono ad immenso vantaggio e soddisfazione di Massa”.
Ammirevole fu il comportamento dei frati durante la Prima guerra mondiale, quando scoppiò la terribile epidemia della “spagnola”, durante la quale la loro opera di assistenza fu di vitale importanza per la popolazione.

Della facciata del convento sono visitabili alcuni ambienti, come il chiostro, dove si conserva la “Madonna con Bambino” dello scultore massese Felice Palma (1583-1625), originariamente posta nella nicchia all’inizio della scalinata che da via dei Colli sale al convento dei Cappuccini. La figura del Gesù Bambino fu danneggiata in un tempo imprecisato; già nel 1879 Matteoni descriveva la scultura nelle condizioni in cui si presenta oggi.
Si tratta probabilmente della prima opera del Palma, datata ai primissimi anni del Seicento (prima del 1602). La copia collocata nella nicchia mostra un’ipotesi di ricostruzione.

Nel chiostro si trova anche la lapide tombale del pittore massese Saverio Salvioni (1755-1833), inizialmente collocata nel pronao della chiesa, dove l’artista aveva chiesto di essere sepolto, e successivamente trasferita nel convento. La lastra presenta due stemmi araldici nella parte inferiore e, in alto, un cerchio formato da un serpente che si morde la coda — simbolo dell’eternità — che racchiude gli strumenti di lavoro dell’artista-architetto: compasso, squadra e pennelli.
È inoltre presente un Crocifisso in legno dipinto, databile al XIX secolo.

Salendo al primo piano del convento si accede a una cappella dove è conservato un grande dipinto a olio raffigurante la Crocifissione di Cristo tra santi, opera di autore ignoto del XVII secolo, che rielabora un modello iconografico cinquecentesco attribuito al pittore Gaetano Scipione Pulzone.

Proseguendo la visita nell’orto del convento si può sostare presso una piccola cappella affrescata nel XX secolo dal prof. Giovanni Bertilorenzi, con l’immagine di San Francesco che riceve le stimmate sul Monte della Verna, recentemente restaurata da Sergio Fazzi.
Camminando nel bosco alle spalle del convento si incontra un’altra cappella, dove è custodita una statua dell’Immacolata Concezione.

Il convento è stato restaurato subito dopo la Seconda guerra mondiale e poi nuovamente negli anni ’90, per essere adeguato alle nuove norme di igiene e sicurezza.